Social detox, o forse è un’altra cosa.

Non ricordo quando ho iniziato a sentire parlare di social detox. So solo che a un certo punto era ovunque. E, come spesso succede, più una parola circola, più perde precisione.

L’idea è semplice: spegni tutto, fai silenzio, torna a te, in teoria funziona. In pratica, non sempre.

Io con i social ci lavoro. Li apro anche quando non ne avrei voglia. Li uso per pensare, osservare, capire come si muovono le persone, i brand, i linguaggi.
Fingere che basti “staccare” mi è sempre sembrato poco onesto.

Ci sono momenti in cui apro Instagram o LinkedIn senza un motivo preciso. Non sto cercando nulla, e infatti non trovo niente. Altre volte, invece, entro con un’idea chiara: guardare come cambia un certo tono di voce, capire perché un contenuto funziona, osservare una dinamica che si ripete.

Il gesto è lo stesso. Lo stato mentale no.
E credo che il problema stia lì, più che nel tempo passato online.

A un certo punto ho capito che mescolare tutto – lavoro, opinioni, vita personale – mi stancava. Non mi rendeva più autentica, come spesso si dice. Mi rendeva solo più confusa. Tenere separati account personali e professionali non è una regola che consiglierei a chiunque, per me è diventato un modo per proteggere il pensiero, per non sentire che ogni idea deve subito trasformarsi in contenuto.

Non so se quello che cerchiamo sia davvero un detox. Forse cerchiamo un modo diverso di stare sui social.

Entrare sapendo perché, uscire prima di svuotarsi, accettare che non tutto va visto, commentato, capito. Non ho soluzioni ma, forse, nei prossimi anni la vera competenza non sarà disconnettersi, ma dosare. E che l’attenzione, più che il tempo, sarà la cosa da difendere.

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Intelligenza artificiale: imparare a stare nella conversazione