Intelligenza artificiale: imparare a stare nella conversazione

Quando ho iniziato a usare strumenti di intelligenza artificiale nel mio lavoro, mi aspettavo risposte. Ho trovato soprattutto domande. Non perché l’AI sia misteriosa o inaffidabile, ma perché rende evidente una cosa che spesso dimentichiamo: dipende tutto da come entri nella conversazione.

Si parla molto di modelli, prompt, automazioni. Io mi accorgo che, nella pratica, la differenza la fa altro: il modo in cui penso mentre li uso. Se entro cercando conferme, le trovo. Se entro senza contesto, ottengo risposte generiche. Se entro con una domanda mal posta, il risultato sembra corretto, ma non lo è.

L’AI non oppone resistenza.

Il rischio non è affidarsi all’intelligenza artificiale, è rilassare il pensiero mentre la si usa. Accettare una sintesi perché è veloce, usare una risposta perché “funziona”, confondere chiarezza con profondità. Succede senza accorgersene.

Sempre più spesso penso che la competenza decisiva non sia saper usare l’AI, ma saperle stare davanti. Con domande più precise, con più contesto, con la disponibilità a non prendere la prima risposta come quella giusta. Nel mio lavoro la uso come uno spazio di confronto, a volte accelera, a volte rallenta, perché mi costringe a riformulare. E va bene anche questo, forse è proprio lì che l’AI diventa utile: quando non sostituisce il pensiero, ma lo mette alla prova.

Dettaglio di un occhio umano, sguardo concentrato, attenzione e osservazione
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Social detox, o forse è un’altra cosa.